A chi giova il silenzio su Laura Boldrini

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È una buona idea lasciare che la stampa di destra sia l’unica a parlare di quanto accaduto a Laura Boldrini? Assolutamente no. Si rischia di passare per complici, di voler stendere un velo pietoso su una vicenda che andrebbe invece analizzata, senza ovviamente quei toni infamanti, sessisti con un buon motivo per esserlo (no), pietisti e fintamente attenti alle istanze delle colf. Strumentali, in una parola

Un articolo di Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano ha messo in luce delle zone d’ombra fra Boldrini e le sue collaboratrici, sia domestiche che parlamentari. Rapporti di lavoro naufragati perché, nel caso della colf, Boldrini le chiedeva di lavorare per meno ore ma anche il sabato. Alla colf però non sarebbe convenuto fare Nettuno-Roma per così poche ore al giorno ed una collaborazione di 8 anni è volta al termine senza però trovare un accordo su liquidazione e scatti di anzianità. Dopo 10 mesi, fra caf e avvocati, quel debito di Boldrini da circa 3mila euro è rimasto insoluto.

La sua collaboratrice parlamentare invece, incaricata di mansioni come prenotare il parrucchiere e comprare dei trucchi, è stata licenziata quando le ha chiesto di poter continuare a lavorare per lei in smartworking. Boldrini sostiene che su queste mansioni le due fossero d’accordo, ma un collaboratore parlamentare non può essere pagato con soldi pubblici per svolgere mansioni private

Fra l’altro, la donna chiedeva lo sw perché il momento di pandemia l’aveva posta in una condizione di difficoltà rispetto alla gestione dei suoi 3 figli, di cui uno malato. Quindi la domanda è: può una donna come Laura Boldrini, con le sue idee pubbliche in ordine al lavoro femminile, interrompere un rapporto di lavoro con queste premesse? Il problema sembra solo etico, ma non lo è.

Viene dunque da chiedersi se sia meglio tacere per questioni di opportunità, perché è stata una delle poche persone ai piani alti a occuparsi di uguaglianza di genere, o se non sia meglio rimarcare che la lotta femminista sia assolutamente incompleta quando non porta con sé un discorso di classe.

La delusione è cocente, la strumentalizzazione della vicenda da parte di certi giornali è vergognosa. Ma mettere la polvere sotto il tappeto non ci aiuterà a risultare più credibili la prossima volta che 99mila licenziamenti su 101mila riguarderanno le donne.

Si può parlare di empowerement femminile senza riconoscere le ulteriori subalternità? Si può chiedere il superamento del gender pay gap e intanto lasciare indietro una colf moldava? Non basta che le donne italiane conquistino ulteriore spazio nel mondo del lavoro: è necessario che quello stipendio in più non venga utilizzato per pagare un’altra donna, magari straniera, che prenderà il nostro posto con il lavoro domestico.

Allora non staremo parlando di uguaglianza di genere, ma di uguaglianza di genere entro il perimetro della cittadinanza e del privilegio economico. E superare una disuguaglianza non vuol dire sostituirla con un’altra.

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