Il privilegio dei Golden Globe

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Se vogliamo premiare serie con un immaginario fortunatamente antico, possiamo sempre ripescare nel passato. La critica militante era solo un trend del momento 

La candidatura di Emily in Paris a ben due Golden Globe lascia di stucco gli appassionati. Nessun particolare merito cinematografico sembrano intravedere nella nuova serie di Darren Star (autore di Sex and the city, fra le altre): uno show frivolo, banale; niente che meriti un Golden Globe

Totalmente accantonati titoli come “I may destroy you”, una sceneggiatura coraggiosa sul superamento di una violenza subìta, o grandi successi di pubblico come “Bridgerton”, non un capolavoro ma un miscuglio kitsch che è stato in grado di politicizzare la storia e la lettura che se ne dà, con tante sapienti scelte registiche

D’altra parte, l’attenzione politica che da qualche anno la critica cinematografica riserva alle serie tv è cresciuta sensibilmente, di pari passo con la convinzione che la rappresentazione sia utile per il raggiungimento dell’uguaglianza fuori dallo schermo. E il giudizio del pubblico stavolta è impietoso

C’è chi definisce i Golden Globes come un’organizzazione di suprematisti bianchi: Emily è una ragazza bella, bianca, magra e privilegiata. Il suo più grande problema è vivere nel centro di Parigi e doversi ambientare nei fatiscenti palazzi francesi. Potete immaginare il disagio?

Qualsiasi approccio di un uomo alla protagonista, dal lavoro all’host del suo nuovo appartamento, è predatorio (quando non è denigratorio). Un paio di siparietti contro il sessismo, appiccicati con lo sputo su una sceneggiatura tossica, tanto per essere à la page, non la rendono migliore

Mentre “I may destroy you” ragiona attorno al consenso, “Emily in Paris” – fra uno stereotipo sui francesi e l’altro (sporchi, ritardatari, etc) – ridiscute il confine fra sexy e sessista, sdoganando l’idea che una donna debba sedurre un uomo potente per ricevere ascolto sul lavoro. E questo è più importante che la conoscenza della lingua

Forse la gente è stanca di questi sogni fru-fru alla Sophie Kinsella, in cui il problema più grande della protagonista è dover accendere la luce nelle scale anziché trovarla già accesa. Magari preferisce riconoscere la propria storia, e nello schermo trovare la speranza di vederla risolta. Possiamo fregarcene? Solo in presenza di sceneggiature geniali

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