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“Fa paura essere una donna asioamericana oggi negli Stati Uniti”

Pochi giorni fa un uomo di 21 anni ha ucciso ben 8 donne nei centri massaggi ad Atlanta, tutte asiatiche o di origini asiatiche. “Ha avuto una brutta giornata” sono state le parole di Jay Baker in conferenza stampa: l’agente che ha provveduto all’arresto del 21enne è lo stesso che pochi giorni prima aveva condiviso sui social una t-shirt sul covid come ‘virus cinese’.
 

Dapprima un uomo thailandese di 84 anni è stato violentemente spinto a terra, a San Francisco; poi è toccato ad un anziano nella Chinatown di Oakland. Una donna cinese è stata schiaffeggiata e data alle fiamme a Brooklyn, New York. Ma prima ancora, uno sconosciuto in metropolitana ha sfregiato il volto di un passeggero filippino di 61 anni. Una famiglia asiatica è stata assalita verbalmente mentre festeggiava un compleanno al ristorante.

Gli esempi sarebbero ancora tanti e ormai non lasciano più spazio a dubbi: una violenta ondata di razzismo contro le persone asiatiche sta travolgendo gli Stati Uniti d’America.

L’associazione AAPI, che si occupa proprio di lotta alla discriminazione sinofobica, ha registrato ben 3795 episodi di violenza razziale contro le persona asiatiche dal marzo 2020 fino allo scorso 28 febbraio (con le persone di nazionalità cinese statisticamente al primo posto); il 68% di queste riguardano le donne. L’impennata si è registrata a partire dal propagarsi del coronavirus
 
Sicuramente il linguaggio della politica trumpiana non ha aiutato, dal momento che ha ribattezzato il COVID-19 come “the Chinese virus”; il suo omologo in Italia è stato più o meno chiunque abbia avallato l’ipotesi (priva di fondamento) che il virus sia stato sviluppato nei laboratori di Wuhan, come arma di distruzione politico-economica. 
 
Individuare un capro espiatorio funziona decisamente meglio che ammettere responsabilità politiche, in ordine alla sospensione dei soli voli diretti dalla Cina. E di fatti lo scorso anno si sono registrati diversi episodi di violenza sinofobica anche in Italia, dagli sputi sui passanti asiatici a quel ragazzo nel Veneto, a Bassano del Grappa, che fu preso a bottigliate in testa, riportando gravi lesioni. 
 
È curioso come questo odio razziale si registri proprio in corrispondenza di un successo economico che vede la Cina superare per la prima volta gli Stati Uniti come partner commerciale verso i paesi dell’Unione Europea. Secondo il Cebr (Centre for Economics and Business Research), la Cina diventerà la più grande economia del mondo nel 2028
 

Ma un dato interessante è che 7 episodi di violenza anti-asiatica su 10 riguardano le donne. Parallelamente, nel 2019 le parole più cercate su PornHub sono state ‘giapponese’, seguito da ‘coreane’ e ‘asiatiche’ rispettivamente al 5º e 6º posto. Ma come si concilia il desiderio sessuale con gli episodi di violenza? Con un’idea del sesso come colonizzazione del partner

In effetti il killer di Atlanta ha dichiarato agli inquirenti di aver agito per ‘vincere la sua dipendenza dal sesso’, oltre che per ‘infliggere un colpo all’industria del porno’. Il suo obiettivo era quello di cancellare quei ‘massage parlor’ (che offrono legalmente massaggi erotici ma anche prostituzione) per ‘eliminare la sua tentazione’. 
 
Fuori dalla rappresentazione mainstream (la prima donna asiatica sulla copertina di un giornale di moda ci è finita solo nel 2013), le donne asiatiche trovano spazio nel porno, dove interpretano ruoli fortemente remissivi e vengono molto spesso infantilizzate. L’industria pornografica, per larga parte costruita sullo sguardo dell’uomo occidentale, influenza le preferenze sessuali ma genera un fetish in ordine all’etnia
 
Quando, parlando di lavoro sessuale, utilizziamo espressioni come “vendere il proprio corpo”, sbagliamo: in vendita è solo una prestazione con quel corpo.  L’intreccio fra discriminazione e fetish sessuale genera l’idea di poter comprare il valore di una vita, tanto più se parliamo di una persona non caucasica. Al punto tale da distruggere il gioco per vincere la dipendenza

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